17 luglio 2017

I piccoli piaceri della vita

Ieri, nello spazio di una sera, ho letto La prima sorsata di birra e altri piccoli piaceri della vita di Philippe Delerme (Frassinelli, trad. dal francese di L. Prato Caruso). È un libretto minuscolo, adattissimo a una sera d’estate in terrazzo, con il sole che tira tardi dietro le colline e tanto silenzio intorno. Ogni suo capitolo è dedicato a ciò che l’autore definisce “un piacere della vita” – un oggetto, o un’occasione, sempre densi però di ricordi d’infanzia, e di richiami a una nostalgia insopprimibile e dolcissima. Lo stile è quello fotografico degli istanti, delle impressioni: sono capitoli di una manciata di righe, che proprio per la loro brevità sono capaci di rievocare intensissimi i colori di un’immagine: il nero succoso delle more da raccogliere, il verde tenero dei piselli da sgranare, la maglia giallo acceso del Tour de France, il bianco delle boule de neige. Ma tutti i sensi sono coinvolti in questa catalogazione del piacere malinconico degli oggetti. 
Da diversi mesi sto lavorando sulla valenza memoriale e psicologica che “le cose” assumono nella nostra vita quotidiana: è stato questo il motore della ricerca per la stesura dei miei ultimi saggi (Elizabeth Gaskell e la casa vittoriana e Le case di Jane Austen) ed è sempre questo il centro degli scritti di cui mi sto occupando attualmente. Ci sono oggetti che assorbono una parte di noi, e che ce la restituiscono ogni volta che li guardiamo e li tocchiamo. Il libretto di Philippe Delerme ci parla proprio di questo, della comunicazione con noi stessi che intratteniamo quando percepiamo un certo odore, ritroviamo un certo oggetto, posiamo lo sguardo su un certo gioiello – quando sentiamo, direbbe qualcuno, l’aroma di una madeleine. Una comunicazione che riesce ad annullare, per un attimo, le tracce del passare del tempo.
Foto scattata alla fiera dell'antiquariato di Neuchâtel
Scrive Delerme che in questi istanti, «in questo presente gratuito, sonnecchia il passato»; evoca i marciapiedi deserti della domenica, quando si esce prima di tutti gli altri per comprare le paste o le brioche; richiama il nitore perfetto della «cucina delle undici, la cucina dell’acqua fredda, delle verdure mondate»; dice che «l’odore delle mele è doloroso. È l’odore di […] una lentezza che non meritiamo più»; indugia sulla scelta della tinta di un maglione nuovo per l’autunno, per «comprare il colore dei giorni»; e ritrova, come succede sempre anche a me, il conforto di un romanzo di Agatha Christie, dove, nonostante il delitto, «tutto è calmo. Gli ombrelli sgocciolano nell’entrata e una cameriera dalla pelle di latte si allontana sul parquet biondo lucidato con la cera d’api».

5 luglio 2017

Avremo sempre Parigi

In queste lunghe e calde sere estive, magari dopo una dura giornata di lavoro, c'è sicuramente bisogno di sognare un po'. Sognare passeggiate al fresco, musica lieve lungo le strade, un bicchiere gelato al tavolino di un bistrot. Il libro adatto per simili rêveries è Avremo sempre Parigi di Serena Dandini, una raccolta di "camminate sentimentali" ispirate ciascuna a una delle icone della città. 
L'ho trovato un libro davvero bello, scritto con semplicità e avvolgente come una nuvola di lino, con qualche filo di malinconia intrecciato qua e là tra le righe. Non si raccontano i luoghi già noti, ma le retrovie di Parigi, che sprigionano il ricordo e quasi la presenza fisica dei personaggi che hanno fatto la grande storia della ville lumière. Suggestive sono le decine e decine di citazioni letterarie, che ci restituiscono proprio la vitalità artistica e poetica della città e che l'autrice sparge a piene mani nel suo testo, trasformandolo in una specie di affascinante antologia.
Foto: (c) IpsaLegit 2015 
Muovendosi con grazia tra le voci del suo "disordine alfabetico" - Bistrot, Halles, Impressionisti, Fiori, Passages... - si leggono le storie di Wilde, Hemingway e Dumas, si assaporano gli aromi della Brasserie Lipp, della Closerie des Lilas, del Deux Magots e delle pasticcerie di lusso, si odorano le fragranze dell'erba dei giardini e delle profusioni di fiori al Luxembourg o al Jardin des Plantes, si sprofonda nei colori del Museo Marmottan e delle Ninfee all'Orangerie, si toccano libri invecchiati, fotografie vintage e i tessuti preziosi del Musée de la Mode, si ammirano i negozi nascosti incastonati nei Passages, si assaggiano con la mente le madeleines della nonna di Proust e si vaga pensosi tra le fila di tombe illustri dei cimiteri. Ci si trasforma, insomma, in emozionati flâneurs.

Le Ninfee di Claude Monet. Foto: (c) IpsaLegit 2015

Scrisse Sciascia che le terrazze dei bistrot parigini "fiorivano di tavoli rotondi dalle gambe sottili, e i camerieri avevano l'aspetto dei giardinieri, e quando versavano il caffè e il latte nelle tazze pareva annaffiassero delle bianche aiuole". E Baudelaire: "È una gioia senza limiti prendere dimora nel numero, nell'ondeggiare, nel movimento, nel fuggitivo e nell'infinito. Essere fuori di casa, e ciò nondimeno sentirsi ovunque nel proprio domicilio". 
Foto: (c) IpsaLegit 2015
Chiudiamo gli occhi, allora, e sulla scia di una frase di Simenon immaginiamo "la Senna che scorreva al di là degli alberi, i battelli che passavano, le macchie chiare dei vestiti delle donne sul Pont Saint-Michel".

In questo blog sono più d'uno i post dedicati a Parigi. Per scoprirli, cercate l'etichetta La serie parigina. 
Della Parigi di Edith Wharton ho scritto un pezzo per Turismoletterario.com: http://www.turismoletterario.com/blog/edith-wharton-a-parigi/

23 giugno 2017

Viaggio della memoria #2 - La geografia di Jane Austen

Proprio in questi giorni, un gruppo di Soci della Jane Austen Society of Italy sta visitando l’Inghilterra meridionale, in direzione delle tante tracce del passaggio biografico di Jane Austen. Approfitto di questa circostanza per dedicare la seconda tappa del viaggio della memoria proprio a “Austenland” e ai luoghi vissuti dalla scrittrice, che ho potuto vedere durante il mio soggiorno inglese. 
Chawton: il tavolino di Jane, il cottage visto dal
giardino, il viale d'accesso a Chawton House,
le tombe della madre e della sorella di Jane
Non posso che iniziare da Chawton, dove Austen visse con la madre, la sorella Cassandra e l’amica Martha Lloyd dal 1809 fino alla morte nel 1817. Il cottage è un bell’edificio di mattoni rossi circondato da uno splendido giardino; all’interno si possono visitare le stanze abitate dalle Austen e ammirare alcuni interessanti memorabilia, tra cui il più celebre è senza dubbio il calamaio con la penna, posato sul tavolino circolare su cui la scrittrice lavorò alle sue opere. 
Jane Austen morì a Winchester, in una casa al Numero 8 di College Street, ed è sepolta nella cattedrale: una destinazione immancabile per chi decida di compiere un viaggio austeniano; ma forse ancora più importante è visitare la città di Bath, dove la scrittrice visse per diversi anni e dove ambientò parte di Northanger Abbey e di Persuasione. Bath è un luogo incantevole e le passeggiate tra le inconfondibili mura in pietra color crema sono deliziose. 

Bath
Per chi ama un’atmosfera meno settecentesca e già spinta verso il Romanticismo, Lyme Regis, nel Dorsetshire, è una meta da non perdere. Le bottegucce, le stradine silenziose, il Cobb (dove Louisa Musgrove si ferisce, in Persuasione), il mare sempre fremente e le spiagge che a ogni bassa marea rivelano i loro tesori paleontologici rimarranno sempre nei ricordi di ogni visitatore.

Lyme Regis
Jane Austen vi trascorse due vacanze insieme ai genitori; nel corso di un’altra estate sul mare, nel Devonshire, incontrò, si dice, un uomo di cui si innamorò, ricambiata. L’attesa di poterlo rivedere, l’estate successiva, fu dolorosamente delusa dalla morte di lui. 
Infine, per tornare nello Hampshire, la città più grande della contea, Southampton, può valere una visita. Ho fatto una passeggiata intorno alle mura, in attesa di imbarcarmi sul traghetto che mi avrebbe condotta sull’isola di Wight, e ho scoperto che l’amministrazione cittadina ha dedicato a Jane Austen una sequenza di targhe che descrivono accuratamente le tracce del suo passaggio. 

Southampton
Per saperne di più sulla geografia austeniana, non potete perdere il diario di viaggio di Constance Hill Jane Austen: i luoghi e gli amici (Jo March - oggi disponibile in una nuova edizione). Se vi interessa l’aspetto della vita domestica e delle case di Jane Austen – sia quelle “reali” che quelle della narrazione – all’inizio di quest’anno la casa editrice flower-ed ha pubblicato il mio saggio Le case di Jane Austen. Ai luoghi austeniani ho dedicato anche un articolo («Una topografia del mondo di Jane Austen») uscito nell’ultimo numero della rivista Leggendaria.

21 giugno 2017

Viaggio della memoria. Prima tappa: Bristol e i Romantici

È il primo giorno d’estate, e come ogni anno mi crogiolo nei ricordi della “mia” Inghilterra – quell’isola incantata, alla quale non farei che ritornare, perché è il luogo in cui più che altrove riesco a sentirmi come dentro un libro (per quanto debba ammettere che la campagna della Svizzera Romanda, con le spighe dell’orzo sfiorate dal vento, che si stende oggi fuori dalla mia finestra, ci assomiglia molto…). 
Bristol - Cattedrale 
Dieci anni fa, di questi tempi, stavo pianificando una lunga permanenza, per motivi di studio, nel Regno Unito. Scrivevo la tesi di dottorato sulla poesia femminile del Romanticismo, e la sede del mio soggiorno non poteva che essere Bristol. Tra gli anni 1780 e 1830 la città era davvero il place to be, con una vitalità intellettuale e culturale straordinaria, che attirava pensatori, scrittori, artisti e militanti politici. Basti pensare che le Lyrical Ballads di Wordsworth e Coleridge, considerate la pietra miliare del Romanticismo inglese, furono pubblicate dall’editore Joseph Cottle, di Bristol. 

Tintern Abbey
Cottle ospitò Wordsworth e la sorella Dorothy nella propria casa di Wine Street nel 1798: nel corso di quel soggiorno i due fratelli visitarono Tintern Abbey (in Galles) e la celeberrima poesia di William, Lines Composed a Few Miles Above Tintern Abbey, fu terminata proprio in città. Scrive Wordsworth: «La iniziai lasciando Tintern, dopo aver attraversato il fiume Wye, e la conclusi, mentre rientravamo a Bristol, di sera, dopo un’escursione insieme a mia sorella durata quattro o cinque giorni. Nessuno dei suoi versi è stato modificato da allora, e nessuna parte fu scritta prima di raggiungere Bristol». Sappiamo infatti che il poeta era solito comporre i suoi versi ad alta voce, e metterli su carta in un momento successivo, affidandosi alla memoria (ce lo spiega lui stesso, del resto, in The Solitary Reaper). 
Non era la prima volta che William e Dorothy soggiornavano in città. Nel 1795 furono ospiti di un commerciante di zucchero, John Pretor Pinney, e in quell’occasione Wordsworth fu presentato a Cottle, a Robert Southey e a Coleridge. La casa di Pinney è oggi un museo, il Georgian House Museum, ad accesso libero: le undici stanze, distribuite su quattro piani, sono un’eccellente rappresentazione di struttura e di arredamento domestici nell’età georgiana. 

Georgian House Museum

Nel 1795, Coleridge, Southey, e George Burnett, i fondatori della Pantisocracy, condividevano una casa al numero 25 di College Street. Due anni dopo, Coleridge sarebbe tornato a Bristol per incontrare Anna Barbauld, allora ospite del reverendo unitariano John Prior Estlin in St. Michael’s Hill. Tra i protagonisti della cultura della città, infatti, si annoverano anche le donne: al Numero 43 di Park Street, Hannah More e le sue sorelle fondarono una scuola per ragazze, le cui materie principali erano il francese, la scrittura, l’aritmetica e il cucito. Tra le protette di Hannah More ci fu, per un periodo, Ann Yearsley, una promettente poetessa definita anche “la lattaia di Bristol” (viveva a Clifton Hill) per via del mestiere che svolgeva prima di diventare una scrittrice pubblicata. 
Tra il 1795 e il 1796, alla Rummer Tavern, in All Saints Lane, un gruppo di amici fondò The Watchman, un periodico radicale che pubblicava notizie, resoconti dei lavori parlamentari, saggi, poesia e recensioni: il direttore era Samuel Taylor Coleridge. In un altro esercizio pubblico, la White Lion Inn (che oggi non esiste più), il poeta tenne una serie di lezioni su Shakespeare; altre sue conferenze, di argomento politico, furono ospitate al Corn Market, in Wine Street. Legate a Coleridge sono anche la bellissima Queen Square (lo scrittore vi soggiornò nel 1813) e la chiesa di St. Mary Redcliffe, dove Coleridge sposò Sarah Fricker. 
St. Mary Redcliffe
Proprio a St. Mary Redcliffe il poeta Thomas Chatterton, originario di Bristol, dichiarò di aver ritrovato le poesie manoscritte del monaco del Seicento Thomas Rowley – poesie composte invece dallo stesso Chatterton. E parlando di Romanticismo e di pittoresco e sublime, non si può che ricordare l’Avon Gorge, la valle scavata dal fiume che era già una importante attrazione turistica all’inizio dell’Ottocento (oggi attraversata dal Clifton Suspension Bridge, inaugurato nel 1864) e che ancora oggi lascia un’impressione indelebile su chi cammina lungo il ponte. Nella sua elegia dedicata a Chatterton, Coleridge lo immagina intento a vagabondare sui margini della «ripa rocciosa dell’Avon», dove «fluttuano urlanti i gabbiani».

Clifton Suspension Bridge (cartolina)

7 giugno 2017

Casa Howard

Hayley Atwell e Matthew MacFayden,
protagonisti della miniserie BBC (2017)
Ho letto di recente che la BBC sta lavorando a una miniserie in quattro episodi ispirata a Howards End, il romanzo di Edward Morgan Forster da cui nel 1992 è stato tratto il bellissimo film di James Ivory, con Emma Thompson e Anthony Hopkins. Ho approfittato della notizia per rivedere il film e soprattutto per rileggere il libro, di cui mi sono procurata una nuova edizione (Mondadori, con traduzione di Paola Campioli); e come spesso accade quando si rientra in un romanzo visitato tanti e tanti anni prima, l’esperienza è stata molto diversa. Se è vero che siamo quello che leggiamo, è vero anche che ciò che leggiamo cambia a seconda dei nostri personali mutamenti. 
Casa Howard, scritto nel 1910, è un’indagine, ricca di simbologie, delle forze sociali, filosofiche ed economiche attive in Inghilterra nel mondo ancora pseudo-innocente che ha preceduto la prima guerra mondiale. La nazione si mostra al culmine del suo trionfo imperiale, eppure già manifesta il germe di una corrosiva falsa moralità e dei tormentosi dubbi sul futuro dell’Inghilterra. Come ha scritto Lionel Trilling, la domanda cruciale di questo romanzo è: “Chi erediterà l’Inghilterra?” – ci si chiede cioè quale sarà la classe sociale che darà una definizione all’identità della nazione. I tre ceti rappresentati nel romanzo sono la upper class che vive agiatamente di rendita, ovvero Margaret ed Helen Schlegel, colte, idealiste e dall’aria “straniera” (sono infatti di origine tedesca); i Wilcox, la middle class la cui ricchezza deriva dal lavoro, “inglesi” fino al midollo; e i coniugi Bast, che lottano quotidianamente con la povertà e lo spettro della perdita del lavoro e della reputazione. È naturalmente il Caso («ordinata follia», la chiama lo scrittore) a mettere in contatto questi tre gruppi sociali così diversi: le Schlegel incontrano i Wilcox in vacanza; successivamente, lo smarrimento di un ombrello innesca la strana amicizia tra le sorelle e il disgraziato Leonard Bast, la cui sorte Forster designa con una frase terribile, di un’attualità raggelante («la meno riuscita non è la carriera dell’uomo che è stato colto impreparato, ma di quello che si è preparato e non è mai stato colto. Su una tragedia di questo genere la morale del nostro paese mantiene il debito silenzio»). 
Le storie di questi personaggi si intrecciano intorno a tre perni simbolici fondamentali, che sono i libri, il denaro e la casa. Con i libri – di cui Margaret ed Helen (e il fratello destinato a Oxford) si nutrono quasi inconsciamente, perché fanno parte del tessuto connettivo della loro famiglia – Leonard tenta di sfuggire al penoso destino che gli è toccato: legge la sera, quando torna stanco dal lavoro, e nonostante le proteste della moglie meschina e ignorante; legge per migliorarsi, confidando che il suo futuro sarà migliore proprio grazie a una migliore istruzione. Di libri, invece, i Wilcox non si occupano mai, perché la rete di sostegno della loro famiglia è offerta dal lavoro che produce denaro. Anche con i soldi le ragazze Schlegel intrattengono un rapporto inconsapevole (ne hanno così tanti da non doversene preoccupare), ma, proprio per questo, quando decidono di intervenire nelle questioni finanziarie altrui generano confusione, e in ultima istanza la tragedia. 
E infine c’è la casa, che come suggerisce il titolo stesso del romanzo, è il centro attrattivo dell’intera azione. Casa Howard appartiene ai Wilcox, ma sono le sorelle Schlegel a innamorarsene davvero (illegittimamente, ma appassionatamente) e a restituirle la vita; il loro desiderio per quella casa è in fondo ciò che mette in moto la narrazione, ed è nello spazio della casa che questa si conclude, arrivando infine a dare una risposta alla questione portante del libro. Come scrive Forster, «Non sono i tipi come loro a creare gli spettacoli della storia: il mondo sarebbe un luogo grigio ed esangue se fosse interamente composto di signorine Schlegel. Ma, il mondo essendo quello che è, forse esse vi risplendono come stelle». 
Fotogramma dal film di James Ivory
L’immagine dell’Inghilterra che Forster offre in questo romanzo è un altro ingrediente della sua suggestività. L’idea di bellezza, e di libertà, e di movimento che le sue descrizioni ci regalano sono ancora più struggenti, se rilette alla luce della cronaca di questi giorni, in cui si ha quasi la tentazione di avere paura del viaggiare e del muoversi: «Margaret […] aveva forti sentimenti nei confronti delle varie stazioni ferroviarie di Londra. Sono le nostre porte verso il glorioso e l’ignoto. Attraverso di esse andiamo incontro al sole e all’avventura e a esse, ahimè, torniamo. Nella stazione di Paddington è latente tutta la Cornovaglia e il remoto occidente; in fondo al pendio di Liverpool Street si stendono le paludi e gli sconfinati Broads; la Scozia è oltre i piloni di Euston; il Wessex dietro l’equilibrato caos della stazione di Waterloo. […] A Margaret la stazione di King’s Cross aveva sempre suggerito l’infinito». È quasi cinematografica, poi, la visione del paese a volo d’uccello che ritroviamo nel capitolo 19: «Volendo mostrare l’Inghilterra a uno straniero, forse la cosa più saggia sarebbe condurlo sulle colline di Purbeck e farlo sostare sulla loro sommità. L’uno dopo l’altro i sistemi geografici della nostra isola si riunirebbero ai suoi piedi. […] Wight è bella oltre le leggi della bellezza. È come se un frammento d’Inghilterra fluttuasse incontro al forestiero per salutarlo. […] E dietro a questo frammento sta Southampton, ospite delle nazioni, e Portsmouth, un fuoco latente, mentre tutt’intorno turbina il mare. […] La ragione viene meno, come un’onda, sulla spiaggia di Swanage; l’immaginazione si gonfia, si allarga e si approfondisce, finché diventa geografica e circonda l’Inghilterra». 
Chi eredita, dunque, tutta questa bellezza? È un insolubile intreccio di classe, la più alta e la più bassa, imparentate con la solida borghesia, e destinate a riprodursi tra le quattro pareti di una casa, Howards End, che rappresenta la tradizione stessa dell’Inghilterra: i papaveri tra le spighe, gli alberi di susine, il campo da tennis, le siepi di rose canine, i gigli, i tulipani, l’olmo – la fertilità opulenta del suolo. In conclusione, «il piccolo, sbagliato incontro a Casa Howard era vitale. I suoi effetti si erano propagati fin dove rapporti più seri restavano sterili; era più forte dell’intimità tra sorelle, più forte della ragione o dei libri».

29 maggio 2017

Come una turista vittoriana

Grindelwald
Ieri, complice un caldo fuori dagli schemi, ho fatto la prima escursione letteraria della stagione e ho seguito la guida tutta speciale di Diccon Bewes (Slow Train to Switzerland, di cui ho scritto qui) per andare alla ricerca delle tracce degli inglesi dell’Ottocento sulle Alpi svizzere. Questo viaggio ha confermato una mia convinzione: l’avvento del movimento artistico-filosofico-letterario chiamato Romanticismo e la nascita del turismo in Europa (Grand Tour e non solo) non sono contemporanei per caso. 
La prima tappa della gita è stata Grindelwald, circondata da montagne straordinarie, come il Wetterhorn e l’Eiger. Scrisse John Ruskin che le vette intorno alla cittadina sembrano affacciarsi dall’orlo di un dirupo per guardare giù, mostrandosi così alla valle in tutta la loro altezza (intorno ai 4000 metri). La valle di Grindelwald, con la sua cornice rocciosa, i prati ondulati e gli innumerevoli chalet circondati dalle mandrie fu una destinazione amatissima e frequentatissima dagli inglesi vittoriani. Queste cime, insieme alla Jungfrau che domina su Interlaken, furono definite dal poeta americano Longfellow «sublimi apostoli della Natura». 
Staubbach Falls, Lauterbrunnen
Il viaggio è proseguito fino a Lauterbrunnen, incastonata in una valle glaciale che sembra il modello per un testo di geografia: strapiombi di roccia, prati verdi abbarbicati sulle cime, un vivace torrente e soprattutto la stupenda cascata che salta per 297 metri e nel precipizio si trasforma in una nuvola di vapore. È la cascata dello Staubbach, di cui Lord Byron scrisse: «Non ho mai visto niente del genere. Sembrava quasi che un arcobaleno fosse sceso a terra per incontrarci, ed era così vicino che ci si poteva entrare dentro […]. È come la coda di un cavallo bianco che fluttua nel vento». Anche Wordsworth rimase incantato dalla bellezza di questa cascata, che definì «nata dal cielo». 
Ultimo passo di questa escursione è stata Interlaken, che Hans Christian Andersen battezzò “la Parigi delle Alpi”. Il fascino della città è dato dal grande prato di Höhenmatte (nel 1863 si decise che non si sarebbe mai potuto costruire su quell’area, bensì la si sarebbe lasciata libera e verde) da cui si gode una vista incomparabile della vetta imbiancata della Jungfrau. Molto suggestivo anche il Grand Hotel Victoria-Jungfrau, che ieri era circondato da opulenti roseti in fiore, e che era solito accogliere i turisti vittoriani che accorrevano in massa per ammirare le montagne della Svizzera. La veranda ammantata di verde è ancora la stessa, e solo a guardarla ci si sente trascinare indietro nel tempo. 

Interlaken
Di altri viaggi letterari in Svizzera ho scritto in:

26 maggio 2017

Lady Ludlow - di Elizabeth Gaskell

È uscita di recente la prima traduzione italiana di My Lady Ludlow, romanzo breve di Elizabeth Gaskell apparso in origine a puntate sulla rivista dickensiana Household Words nel 1858 e poi, con qualche aggiunta, nel primo volume di Round the Sofa (1859). Quest’ultima è una raccolta di narrazioni inserite in una “cornice” in cui tutti i personaggi intrattengono gli altri con una storia. La prima di loro è l’anziana Mrs. Dawson, voce narrante di My Lady Ludlow: gli altri racconteranno (nel secondo volume della collezione) An Accursed Race, The Doom of the Griffiths, Half a Life-time Ago, The Poor Clare e The Half-Brothers
Con il titolo Lady Ludlow l’opera è stata tradotta in italiano da Manuela Centazzo per le edizioni Vita Activa, in un volume che contiene un’introduzione di Marisa Sestito. È un libro molto bello, che sprigiona il gusto del raccontare, anche sovrapponendo un intreccio all’altro, seguendo una struttura a scatole cinesi. Il tema principale sembra essere l’osservazione del delicatissimo equilibrio tra le tradizioni antiche e la spinta del progresso: l’aristocratica Lady Ludlow è una donna orgogliosa e fedele ai principi del passato, fino al punto di mostrarsi intransigente e ingiusta, ma grazie alla sua intelligenza pratica e a una certa innata bontà non esita ad accorrere in aiuto del prossimo e a occuparsi concretamente dell’amministrazione della propria tenuta. Se la sentiamo affermare: «“Ho sempre detto che un buon dispotismo è la migliore forma di governo”», e assistiamo ai suoi innumerevoli tentativi di opporsi alla democratizzazione dell’istruzione, è anche vero che Lady Ludlow «non era mai in ozio»; che «per lei, l’onore era una seconda natura»; e che entra quasi in empatia con il figlio del bracconiere Gregson. Insomma, Elizabeth Gaskell ci induce a volere un gran bene alla sua protagonista e ad emozionarci a cospetto del suo vano e quasi tragico sforzo di resistere al cambiamento. Cionondimeno, questa storia è impreziosita da una deliziosa ironia, che si concentra in particolare nel personaggio di Miss Galindo, una zitella piena di energie che si autodefinisce “Santippe” e che in passato ha nutrito ambizioni letterarie, pensando di poter diventare una scrittrice grazie agli insegnamenti offerti nientemeno che dal padre di Frances Burney. 
Francesca Annis in Cranford (BBC)
Tra i vari ingredienti che rendono la scrittura di questo romanzo affascinante, dolce come una fragranza appartenente a un’età passata, ci sono le descrizioni della quieta vita quotidiana condotta da Lady Ludlow e dalle ragazze che ospita a Hanbury Court. Il catalogo dei talenti di Mrs. Medlicott nel ricamo e nel cucito o la lista dei dolci che le ragazze preparano in occasione delle festività, o le precise e incrollabili opinioni di Lady Ludlow sulla qualità dei profumi (tra cui predilige la lavanda, condannando invece la rosa come volgare), ci riconducono indietro nel tempo, in un piccolo universo tutto femminile, le cui forme Elizabeth Gaskell ha ripetutamente e mirabilmente esplorato – prima di tutto in Cranford. Molto commovente è l’episodio che ha per protagonista il cassetto dello scrittoio di Lady Ludlow: qui sono contenuti stralci dei ricordi di una vita, come i pezzettini di marmo raccolti dalla giovane signora a Roma, durante il suo Grand Tour, brandelli di vecchie lettere, un frustino da equitazione rotto, medaglioni, braccialetti con miniature incastonate e ciocche di capelli «alle quali milady guardava con grande tristezza». Tutti questi oggetti ci parlano della solitudine e dei rimpianti della protagonista del racconto, che il lettore impara a conoscere in profondità nonostante «milady esprime[sse] raramente i propri sentimenti» (su Lady Ludlow e il valore della domesticità si veda anche il saggio Elizabeth Gaskell e la casa vittoriana, flower-ed 2016).
Lady Ludlow è una lettura davvero gradevole per chi ama la letteratura gaskelliana, perché invita alla tranquillità e all’apprezzamento dei dettagli del vivere domestico, sullo sfondo di una società in fase di mutamento. Lo sceneggiato Cranford, trasmesso per la prima volta da BBC, in cinque parti, nel 2007, ospita anche bellissimi episodi tratti da quest’opera: Lady Ludlow è interpretata da Francesca Annis, la stessa attrice che nel 1999 vestì i panni di Mrs. Gibson nella miniserie (ancora BBC) Wives and Daughters.
Un fotogramma dalla miniserie Cranford con sullo sfondo,
Hanbury Court (West Wycombe Park, Buckinghamshire)


SCHEDA DEL LIBRO
Autore: Elizabeth Gaskell
Titolo: Lady Ludlow
Traduzione di Manuela Centazzo
Introduzione di Marisa Sestito
Casa Editrice: Vita Activa (Trieste)
Anno di pubblicazione: 2016

15 maggio 2017

Un nuovo libro di Elizabeth Gaskell: "Delitto di una notte buia"

Copertina della prima edizione
italiana (Edizioni Croce.
Prossima pubblicazione)
A Dark Night’s Work appartiene all’ultimo periodo della produzione gaskelliana (fu pubblicato nel 1863, due anni prima della sua morte) e alle fasi estreme della sua collaborazione con Charles Dickens. Questo romanzo breve fu pubblicato a puntate nel periodico All the Year Round e l’intervento del direttore – Dickens, appunto – si ravvisa immediatamente nel titolo stesso dell’opera: a lui si deve infatti l’aggiunta dell’aggettivo “dark” (buia), una scelta sicuramente efficace dal punto di vista dell’attrazione di pubblico, ma che Elizabeth Gaskell avversò e alla quale dovette cedere suo malgrado. L’edizione Croce del romanzo che vi presento oggi in anteprima (e che sarà disponibile presumibilmente il mese prossimo) ne è la prima edizione italiana in assoluto: la traduzione è mia, mentre Introduzione e note sono di Francesco Marroni, vicepresidente della Gaskell Society. Questo lavoro di “versione” mi ha dato tanti motivi di soddisfazione e ringrazio gli amici delle Edizioni Croce che mi hanno aiutata e sostenuta in questo percorso, non sempre facile. Nonostante le inevitabili difficoltà, tradurre in italiano la bellissima lingua di Elizabeth Gaskell è sempre un grande piacere e anche in questa occasione, come nelle mie esperienze gaskelliane precedenti, il lavoro ha riservato degli istanti davvero intensi. 
Delitto di una notte buia è una storia profonda e “viva”, caratterizzata da forti chiaroscuri e dalla sottile esplorazione della psicologia e della natura umana. Contrariamente ad altre opere di Gaskell, direi che i veri protagonisti di questo romanzo sono gli uomini; mentre Ellinor è una ragazza (e poi una donna) molto contemplativa  che tutto osserva e quasi si comporta come una coscienza collettiva – suo padre e gli altri uomini della sua vita sembrano balzare fuori dalle pagine per la loro energia e per la loro identità perfettamente delineata. Attraverso questi personaggi maschili Gaskell mette in scena una incredibile rappresentazione delle migliori qualità e insieme delle più penose mancanze dell’essere umano, offrendocene un ritratto universale: l’affetto, l’ambizione, la lealtà, l’orgoglio, la passione, la depressione, l’amore, la collera. 
Il padre di Ellinor, Edward Wilkins, la figura principale della prima parte del romanzo, è un uomo colto, affascinante, dagli orizzonti intellettuali amplissimi, che però a un certo momento della sua vita, a causa della strenua resistenza del sistema sociale di separazione in classi, precipita in un abisso di insoddisfazione e di disperazione. Suo contraltare diretto è il fidanzato di Ellinor, Ralph, che, mentre Wilkins inesorabilmente decade, compie la propria ascesa sociale e professionale, in nome di una personalità di grande forza, eppure stupendamente imperfetta, che fa di lui un personaggio indimenticabile. Chiude il cerchio il canonico Livingstone, leale e appassionato, protagonista di un passo del romanzo che, mentre lo traducevo, mi ha quasi commossa. 
Hawley C. White, Rome from the Dome of St. Peter's (1902)
Questo episodio è la sola scena di ambientazione italiana dell’intera produzione di Elizabeth Gaskell. I personaggi si trovano a Roma e assistono, da un balcone, alla sfilata del Martedì Grasso: l’incontro tra Mr. Livingstone e Ellinor ricalca un episodio della biografia della scrittrice che determinò l’inizio della sua lunga e fortissima amicizia con il critico d’arte americano Charles Eliot Norton. Una lettera della figlia di Elizabeth, Meta, ci riporta il ricordo di quel momento, e l’immagine che ci tramanda è così simile al brano di Delitto di una notte buia da riempire il lettore di emozione.
Le memorie del viaggio a Roma restarono per sempre nel cuore di Elizabeth Gaskell: nelle sue lettere scrisse che quei giorni furono il momento supremo della sua vita, e le fugaci immagini che ci regala, delle passeggiate per le strade della città, di Piazza di Spagna, delle visite alle gallerie d’arte o ai resti archeologici guidate da Norton, o di lei intenta a raccogliere fiori nel parco di Villa Doria, non può che confermare la bellezza incancellabile di quella esperienza. 

11 maggio 2017

Jane Austen at Home

Quando ho saputo che Lucy Worsley avrebbe scritto una biografia su Jane Austen ho deciso che l’avrei letta subito, appena pubblicata. Worsley è una studiosa di storia, curatrice di beni storici, accademica ma soprattutto divulgatrice, ed è per quest’ultimo talento che è molto conosciuta. I suoi documentari storici-letterari per la BBC sono informativi e precisi, ma allo stesso modo divertenti: il mio preferito è stato A Very British Murder, una serie in cui vengono studiati (e “interpretati” da lei, in costume d’epoca!) i più celebri omicidi della storia britannica. Cose che in Italia probabilmente non si produrrebbero, e tanto meno se lo storico che racconta i fatti fosse una donna.
Il sostanzioso volume Jane Austen at Home è comparso nella mia cassetta della posta la scorsa settimana e oggi sono arrivata alle ultime pagine. Non è la mia prima biografia di Austen: in precedenza ci sono state quella originale del nipote James Edward Austen-Leigh (il Memoir), quella di Constance Hill del 1901 che ho contribuito a tradurre in italiano (Jane Austen: i luoghi e gli amici), quella di Claire Tomalin – che però ho letto così tanto tempo fa da non averne conservato alcun ricordo –, quella in forma di raccolta epistolare di Giuseppe Ierolli (Jane Austen si racconta) e, più di recente, quella di Paula Byrne, The Real Jane Austen: a Life in Small Things del 2014, sicuramente ben curata e che rivela un grandissimo lavoro di ricerca. Vedo sui giornali che in questi giorni qualcuno ha già iniziato a parlare di molte, troppe somiglianze, tra il lavoro di Byrne e il nuovo libro di Worsley, ma penso che la cosa non debba stupire, visto che il soggetto è identico e che certe conclusioni sono naturali in opere contemporanee, che traggono spunto dalle stesse fonti più recenti.
Lucy Worsley. Fonte: bbc.co.uk
Di sicuro il mio personale ritmo di lettura è molto diverso: il libro di Lucy Worsley procede con uno stile così irresistibile da sembrare quasi un romanzo, mantenendo però una salda aderenza alla verità storica e una grande lucidità, condita di scintille di ironia che fanno onore alla stessa scrittura austeniana. (Almeno, questa è la mia impressione: ma quando si parla di Jane Austen bisogna stare più che accorti alle opinioni che si esprimono!) Se si conosce l’autrice, e il suo lavoro in televisione, leggendo il suo libro sembra di vedere il suo sorriso lievemente beffardo e di sentire la sua voce accattivante, impegnata nel racconto della eccezionale vita di Jane Austen; inoltre – ed è un aspetto che mi dà sempre soddisfazione – il libro è strutturato molto bene, ordinato, pulito, con i capitoli che replicano un modello preciso (un’apertura quasi sempre dedicata all’aspetto puramente storico, all’età georgiana in generale; l’immersione nel mondo e nella vita di Jane Austen; la chiusura con un pizzico di suspense, o con il cliffhanger che ti rimanda subito al capitolo successivo).
Citazione da p. 249. Cliccare per ingrandire.
La caratteristica che ho amato di più in questa biografia è l’equilibrio tra una confessata parzialità per l’autrice e la auto-ironica leggera debolezza per il piacere di immaginare cose che non sono accadute e, d’altra parte, la forte necessità di restare fedeli al vero, senza tentare voli di fantasia o melense immedesimazioni con la scrittrice (che, ricordiamo, è vissuta duecento anni fa, in un universo totalmente diverso dal nostro). Insomma, davvero un bel libro, che per me ha reso il dovere di conoscere la biografia di questa scrittrice niente affatto oneroso. Si parla di guerra e di pace, di tè, zucchero e porcellane Wedgwood, di ricette e di lavori di cucito, di mobili, di cappelli, di case, di viaggi, di libri e di lettere, di risate e rimpianti, di vita e di morte. Mi auguro che Lucy Worsley ne tragga uno dei suoi splendidi documentari a puntate: sarebbe l’ultimo tocco necessario per riportare davvero in vita il mondo di Jane Austen.


Aggiunta del 3 giugno 2017: un documentario di un'ora dedicato alle case di Jane Austen con protagonista Lucy Worsley è andato in onda su BBC2. Si trova su Youtube a questo link

27 aprile 2017

Ho tentato tre inizi - Conversazione con Sara Grosoli

L’Iguana Editrice è una bellissima realtà editoriale al femminile che ho conosciuto lo scorso anno. Questo incontro è avvenuto in occasione della pubblicazione della raccolta di racconti Soffia un vento contrario (risultato del concorso per narrativa breve organizzato dalla Libreria delle Donne di Padova), nella quale è contenuto anche il mio racconto “Ellen e Julia”, dedicato alla fotografa vittoriana Julia Margaret Cameron. 
Tra i libri pubblicati da L’Iguana (il catalogo si trova qui) c’è un interessantissimo volume intitolato Ho tentato tre inizi, un’antologia di cinquantasette lettere scritte da Charlotte Brontë tra il 1847 e il 1853. Il libro, dal prezzo veramente “accogliente”, con testo inglese a fronte e un’immagine di copertina (di Hanna Suni) che ho trovato brillante, contiene una cronologia della vita di Brontë e una postfazione di Paola Bono, ed è tradotto e curato da Sara Grosoli, che ha gentilmente accettato di rispondere a qualche mia domanda sul suo lavoro. 

Cara Sara, grazie di aver accolto il mio invito a una conversazione su Ho tentato tre inizi. In primo luogo, vorrei chiederti di illustrarci brevemente il tuo coinvolgimento con la letteratura inglese: qual è stato e qual è il tuo percorso attraverso questa straordinaria disciplina? Di cosa ti occupi in particolare? Quali sono i tuoi futuri progetti letterari/editoriali? 

Grazie a te, cara Mara, di avermi concesso spazio per questo colloquio. Il corpus narrativo brontiano è la matrice da cui è scaturito, ad un’età abbastanza precoce, il mio amore per la letteratura. Mi sono laureata in Letteratura Inglese all’Università di Bologna, specializzandomi nello studio della letteratura d’epoca vittoriana. Ho analizzato in particolar modo l’intreccio tra narrativa e ricostruzione storica nelle opere di George Eliot. Ora, insegnando nelle scuole, cerco di trasmettere l’amore per la poesia inglese sottolineandone la musicalità della lingua e la pregnanza delle immagini. Vorrei precisare che mi occupo anche di letteratura francese e russa: di recente è uscita, sempre per L’Iguana Editrice, la mia traduzione di Un inverno a Maiorca di George Sand. Tornando alle traduzioni, noto che in molti si lamentano perché alcuni tra i più importanti titoli della grande tradizione britannica sono ormai fuori catalogo e non tutti possiedono una conoscenza abbastanza profonda dell’inglese per leggere queste opere, spesso di formato assai voluminoso, in lingua originale. Avrei molti progetti di traduzione atti ad accrescere il patrimonio letterario a disposizione dei lettori  penso in particolare ad alcune opere di George Eliot non ancora tradotte in italiano  ma la situazione del mercato editoriale in Italia non sono è delle più rosee. Dovrò con perseveranza attendere una fase migliore! 

Veniamo ora alle lettere di Charlotte Brontë. Com’è nato e come si è sviluppato il progetto di Ho tentato tre inizi con L’Iguana Editrice? 

Leggendo l’epistolario di Charlotte Brontë mi rammaricavo del fatto che in lingua italiana fossero conosciute solo le lettere che parlano di temi personali, come il lutto per la morte prematura dei suoi fratelli o la disperazione del suo amore non ricambiato per il professor Héger. Le lettere legate alla sua professione di scrittrice, invece, si ampliano fino a diventare occasione di avvincente dibattito culturale. Volevo condividere con altri lettori la mia meraviglia per l’audacia intellettuale di una donna a cui la società del tempo sbarrava le porte dell’istruzione superiore e che veniva relegata al ruolo subalterno di governante, ma che da sola, studiando e riflettendo, aveva raggiunto un’eccellenza intellettuale tale da permetterle di discutere da pari a pari con i più eminenti uomini di lettere del suo tempo. L’incontro con la passione e l’entusiasmo di una giovane editrice come Chiara Turozzi (L’Iguana Editrice) interessata alla valorizzazione della scrittura femminile mi ha permesso di concretizzare questo progetto. 


Questa raccolta di lettere affronta un aspetto che, a mio parere, è tra i più stimolanti della biografia di Charlotte Brontë, ovvero il suo rapporto con l’Arte e con l’editoria. È una relazione delicata e complessa, che assomiglia per certi versi all’esperienza di Elizabeth Gaskell (che da un certo momento in avanti condivise con l’amica Charlotte, su suo diretto consiglio, la felice esperienza di pubblicare con l’editore George Smith). Ritieni che nell’Ottocento – o anche in seguito – le scrittrici avessero maggiori difficoltà dei loro colleghi uomini nei rapporti con l’editoria e la stampa? 

Uno scrittore poteva essere attaccato per la qualità dei suoi scritti o per le sue posizioni politiche; una scrittrice era sempre fatta oggetto di pregiudizi feroci ed invalidanti a prescindere da cosa e come scrivesse. Allignava il sospetto che una donna capace di acquisire notorietà fosse di costumi corrotti. Nel XVII e XVIII secolo aristocratiche come Lady Anne Winchilsea, Lady Margaret Cavendish e Lady Georgiana Spencer approfittarono della loro appartenenza alle grandi famiglie che governavano il regno inglese per sfidare il giudizio del pubblico pubblicando raccolte di versi, ma vennero crudelmente schernite dai letterati dell’epoca. Donne della classe media, quali Fanny Burney e Jane Austen, preferirono pubblicare i loro primi romanzi in forma anonima e solo il vasto consenso di pubblico le indusse a palesarsi pubblicamente. Quando salì al trono, la regina Vittoria scelse di dare una connotazione marcatamente borghese alla monarchia britannica e ciò rafforzò la visione del ruolo della donna esclusivamente come angelo del focolare. Non a caso molte scrittrici d’epoca vittoriana scelsero di pubblicare le loro opere adottando pseudonimi maschili. La stessa Charlotte Brontë, come possiamo leggere nelle lettere, dovette affrontare maggiore ostilità da parte della critica letteraria quando il segreto della sua vera identità sessuale venne alla luce. 

Quali sono state le maggiori difficoltà che hai incontrato nel corso del lavoro di traduzione? Quali brani ti hanno appassionata/entusiasmata di più? 

Ritengo che il dovere di un traduttore sia quello di mantenere un atteggiamento di ascolto paziente e partecipe, di apertura alla sapienza della lingua altrui. Spero di esserci riuscita, anche se continuo ad interrogarmi sui miei limiti. I brani delle lettere che preferisco sono quelli in cui Charlotte con massima onestà intellettuale difende il valore delle poesie scritte dalla sorella Emily riconoscendole superiori alle proprie, e quelli in cui descrive il piacere con cui riceve i libri speditile dalla casa editrice quasi fossero dei nuovi amici capaci di alleviare la solitudine delle sue giornate.


Ringrazio Sara Grosoli per essermi venuta a trovare su Ipsa Legit e vi consiglio caldamente di leggere Ho tentato tre inizi, per conoscere davvero in profondità il percorso artistico e professionale di Charlotte Brontë, e contemporaneamente le sue difficoltà e i conflitti che decise di affrontare nella cruciale transizione tra la silenziosa privatezza della brughiera e l’ardimentosa esperienza della pubblicazione. 

SCHEDA DEL LIBRO 

Autore: Charlotte Brontë 
Titolo: Ho tentato tre inizi. Lettere 1847-1853 
 Testo inglese a fronte 
Traduzione e cura di Sara Grosoli 
 Postfazione di Paola Bono 
Editore: L’Iguana Editrice, 2015 
Pagine: 371 
Prezzo: 17€

11 aprile 2017

È iniziata così

La scorsa settimana ho letto È iniziata così di Penelope Lively (Guanda 2011, trad. it. di Corrado Piazzetta), un’autrice che mi piace sempre tantissimo. Qui su Ipsa Legit ho già scritto di Un posto perfetto, Amori imprevisti di un rispettabile biografo e L’estate in cui tutto cambiò, mentre il romanzo che vi presento oggi, il cui titolo originale è How It All Began, è al momento l’ultima opera di narrativa della scrittrice britannica. 
Come già in altri suoi libri, il filo rosso che sostiene questa storia è la consapevolezza dei piani intersecanti del Tempo: livelli fluttuanti, che si incrociano con la realtà, assecondando il dominio del Caos. Un incidente banalissimo – l’anziana Charlotte viene derubata da un ragazzino per la strada –, che sarebbe potuto capitare in qualunque luogo e in qualunque momento, determina un cambiamento decisivo nella vita di sette persone, legata l’una all’altra da relazioni più o meno strette, più o meno serie. A partire dal superamento della soglia delle sliding doors aperte da questo episodio, apparentemente insignificante, accade che Rose, la figlia di Charlotte, sia costretta ad assentarsi dal lavoro per qualche giorno; il suo datore di lavoro, Lord Henry, deve quindi chiedere aiuto alla nipote Marion, che così si ritrova a osservare la realtà del rapporto con il suo amante, Jeremy, il cui matrimonio entra allora in crisi… – una sorta di incontrollabile reazione a catena, narrando la quale Penelope Lively dà prova, come al solito, del suo grande talento per la bella scrittura. 
Quando racconta di Marion e di Jeremy, l’autrice comunica (come già in Un posto perfetto) la sua attrazione per il gusto del vivere la casa e per la ricerca degli oggetti per arredarla, che non sono solo “cose”, bensì veri e propri gusci di storie da raccontare, involucri di tempo immortale. In Charlotte, insegnante di inglese, e Henry, storico dell’illuminismo, Lively studia le dinamiche della vecchiaia fisiologica, colpevole di alto tradimento a danno di menti ancora lucide, ancora sognanti, ancora piene di parole da dire e di ricordi da celebrare: «Charlotte sa di navigare in un enorme mare di parole, di linguaggio, di storie e di situazioni e informazioni, di conoscenza. In parte la può recuperare, in buona parte è quasi perduta ma rimane in qualche angolo, e ha avuto un’influenza su di lei e sul suo modo di pensare. Charlotte è il prodotto tanto di ciò che ha letto quanto del modo in cui ha vissuto; è come milioni di altre persone forgiate dai libri, per cui i libri sono un alimento essenziale, persone che potrebbero morire di fame se non li avessero».
Questo romanzo è densissimo del valore delle parole. Parla di lingua nativa, di libri di storia, di dizionari: racconta di un immigrato “economico”, Anton, che vuole imparare a leggere in inglese per tentare di trovare una vita migliore, per sentirsi integrato nel Paese che ha dovuto eleggere a sua nuova casa. La sua momentanea condizione di analfabeta è descritta con verità straziante: «La lingua gli lanciava i suoi dardi, tutto il giorno. Lo sfidava dalle fiancate degli autobus, in metropolitana, dai giornali. […] Quando ti trovi in un paese straniero, pensava, sei dietro uno steccato, o in una cella: attorno a te il mondo scorre, ma tu non ne fai davvero parte. Apri la bocca e sembri un bambino; sai di essere altro, ma non riesci a spiegarlo». 
Certa sensibilità, nel mondo così arrabbiato in cui stiamo, si trova veramente solo nei libri. E allora, leggiamo.


4 aprile 2017

Racconti di Elizabeth Gaskell

Immagine della miniatura di Elizabeth Gaskell
(1832?) tratta dal sito della Rylands Collection
A breve la casa editrice Croce porterà in libreria Racconti, una raccolta di dieci esempi della narrativa breve di Elizabeth Gaskell (a cura e con Introduzione di Anna Enrichetta Soccio). I titoli sono: Casa Clopton (Clopton Hall), L’eroe del sagrestano (The Sexton's Hero), Casa Morton (Morton Hall), Lo zio Peter (Uncle Peter), Tempeste e raggi di sole natalizi (Christmas Storms and Sunshine), Le vicissitudini domestiche di Bessy (Bessy's Troubles at Home), Il cuore di John Middleton (The Heart of John Middleton), Storia di un proprietario terriero (The Squire's Story), Le tre ere di Libby Marsh (Libby Marsh's Three Eras), Visita a Eton (A Visit to Eton).
Questi racconti rivelano lo straordinario talento di Elizabeth Gaskell per lo storytelling, la sua capacità di entrare fra le pieghe della psiche e dentro gli strati dei rapporti interpersonali, talvolta arrivando al punto di assottigliare, quasi a farlo scomparire, il confine tra la realtà e la fiction. Clopton Hall, ad esempio, è più un articolo che un racconto (fu pubblicato in Visits to Remarkable Places a cura di William Howitt, 1840), basato su un ricordo di giovinezza e sugli echi di leggende incastonate nel passato remoto. L'eroe del sagrestano Le tre ere di Libby Marsh, che furono pubblicati su Howitt Journal nel 1847 (il periodo è ancora antecedente alla pubblicazione del primo romanzo di Gaskell), già dimostrano una caratteristica verso cui la scrittrice dimostrerà interesse in tutta la sua carriera: l'esplorazione del rapporto tra i personaggi e l'ambiente in cui vivono. Le vicissitudini domestiche di Bessy si dedica ancora una volta all'osservazione delle condizioni di vita della classe lavoratrice, laddove il tema delle passioni violente, della vendetta, del peccato e del bisogno di redenzione è centrale in Il cuore di John Middleton. Ancora a proposito di fusione tra realtà e finzione si parla in Storia di un proprietario terriero, che come Clopton Hall sprigiona forti atmosfere di mistero e di terrore, mentre Morton Hall mescola il racconto con il commento sociale, e la storia con la leggenda (il tutto reso interessantissimo dalla tecnica della narrazione a molteplici voci). 
Dedico una nota a parte a Lo zio Peter, che sono stata tanto contenta di poter tradurre. Questo è sempre stato uno dei miei racconti gaskelliani preferiti, non solo per il conforto del lieto fine, ma anche per la finezza nella trattazione dei diversi piani del Tempo e lo studio dei sentimenti, spesso difficili e contraddittori, che investono la sfera familiare. L'amore coniugale tra il Capitano e sua moglie è raccontato con toni commoventi, mentre l'eroe eponimo, lo zio Peter, è uno dei tanti formidabili personaggi maschili di Elizabeth Gaskell, tutto preso com'è dai suoi conflitti, dai suoi pregiudizi, dalla paura della solitudine. Lo zio Peter, pubblicato nel 1853, è davvero un racconto bellissimo: così ricco da poter essere definito una specie di romanzo in miniatura, sotto certi aspetti anticipa l'intensità, e insieme la delicata ironia, dello studio delle dinamiche familiari che raggiungerà la perfezione in Mogli e figlie.

26 marzo 2017

L'autobiografia di Lucy Maud Montgomery

La più recente uscita della casa editrice flower-ed – qualche giorno fa – è stata l’autobiografia di Lucy Maud Montgomery, Il sentiero alpino. La storia della mia carriera. Questo volumetto risale al 1917, quando fu pubblicato, in una sequenza di saggi separati, sulla rivista di Toronto Everywoman’s World. È un piacevole cammino, ancorché parziale, nella vita dell’autrice della celeberrima serie di Anna dai capelli rossi, dal quale possiamo dedurre almeno due elementi fondamentali per comprendere la sua scrittura. 
Chi abbia letto, probabilmente nel corso della sua infanzia, le vicende di Anne Shirley o altre opere di Montgomery (come la serie di Emily della Luna Nuova) sa con quanta profondità il paesaggio influisca sulle sue storie. Le descrizioni geografiche della Prince Edward Island, dove la scrittrice crebbe e dove ambientò la maggioranza dei suoi racconti, sono parte integrante delle vicende narrate, e questa autobiografia lo conferma: «Un ambiente differente avrebbe potuto dare al mio dono una differente inclinazione. Non fosse stato per gli anni trascorsi a Cavendish, Anne of Green Gables non sarebbe mai stata scritta». 
Prince Edward Island. Immagine tratta da
wediscovercanada.ca
Il secondo elemento importante che si evince da questo libro è la predisposizione addirittura innata di Montgomery per la scrittura. «Scrivere è sempre stato il mio scopo centrale, attorno al quale si sono concentrati tutti gli sforzi, la speranza e l’ambizione della mia vita» dichiara la scrittrice, che nell’avanzare dei capitoli ci racconta tutti i fallimenti e i rifiuti che fu costretta a incassare da parte degli editori prima di raggiungere il successo. Ci confida delle sue tecniche di costruzione narrativa, della sua esperienza al giornale, dei ritmi sfibranti di un’esistenza divisa tra l’insegnamento e la scrittura. Come per tante autobiografie delle donne del secolo scorso, anche Il sentiero alpino, più che una confessione, è un suggerimento. È un libro che ci fa intuire cosa possa aver significato lottare per affermarsi come autrice ai primi del Novecento, approfondendo con cura la parte dedicata all’infanzia (e come poteva essere altrimenti?) e soprattutto insistendo – cifra tipica della letteratura femminile del passato che guarda a se stessa – sulla presunta e socialmente necessaria modestia di non riconoscersi come una vera scrittrice. 
Edizione Simon&Schuster
L’italiano di questa edizione è bello. Ho posto un paio di domande al traduttore, Riccardo Mainetti (che ha già curato per flower-ed la traduzione di Una ghirlanda per ragazze di Louisa May Alcott): la prima riguarda le difficoltà incontrate nel corso del suo lavoro di versione; Riccardo ha risposto che le sue incertezze maggiori sono state legate a brani interni all’autobiografia che si sono rivelati essere allusioni a titoli di romanzi, come Cabbages and Kings, oppure a espressioni idiomatiche. La seconda riguarda le letture di Lucy Maud Montgomery: Riccardo mi ha confidato di aver letto Anna non da bambino e di aver molto apprezzato, di recente, il romanzo Magic for Marigold
E il mio libro preferito di Lucy M. Montgomery? La serie di Emily; ma le mie letture stanno procedendo, e proprio in questi giorni.